Blog Studio Legale Avv. Paolo Piraccini

Le unioni civili eterosessuali e omosessuali

In Italia sono in forte aumento le convivenze more uxorio, sia di tipo eterosessuale che omosessuale. Con l'approvazione della legge sulle unioni civili vengono per la prima volta regolamentate le convivenze more uxorio con l'iscrizione all'anagrafe e la possibilità di stipulare contratti di convivenza.

Il legislatore italiano nel disciplinare il nuovo istituto si è ispirato alla legislazione sul matrimonio. Soprattutto in ambito economico, l'equiparazione tra unioni civili e matrimonio pare piena; tuttavia si è evitato di introdurre disposizioni simboliche proprie del matrimonio, quali la celebrazione, il dovere di fedeltà e all'adozione.

Le unioni civili sono riservate ai soli maggiorenni e non possono costituire tale vincolo le persone precedentemente sposate o già unite civilmente o interdette; non possono altresì contrarre unione civile tra persone dello stesso sesso lo zio e il nipote e la zia e la nipote e le persone condannate in via definitiva per omicidio o tentato omicidio nei confronti di chi sia coniugato o unito civilemente.

La legge dedica alla disciplina della costituzione del vincolo pochissimo spazio e si limita a dire che l'unione civile è costituita mediante una dichiarazione resa da due persone dello stesso sesso di fronte all'ufficiale dello stato civile, ed alla presenza di due testimoni. Qui la differenza con il matrimonio è molto evidente. Importante evidenziare che il pubblico ufficiale di stato civile non potrà sottrarsi all'adempimento del suo dovere solo perché non condivide la legge in oggetto. Infatti un eventuale rifiuto di celebrazione dell'unione civile sarebbe illegittimo, esponendo l'ufficiale di stato civile a responsabilità penale ex art. 328 c.p. e civile per danni alle parti, anche morali.

Per ciò che concerne i diritti ed i doveri delle parti che decidono di unirsi civilmente, occorre rilevare che entrambe acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall'unione deriva quindi l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni. Inoltre le parti devono concordare tra loro l'indirizzo della vita familiare e la residenza comune; a ciascuna delle parti spetta poi il potere di attuare l'indirizzo familiare concordato.

Nell'unione civile manca il dovere alla fedeltà e l'obbligo della collaborazione nell'interesse della famiglia. Le parti unite civilmente, anche in caso di rottura del legame, hanno diritto al mantenimento se economicamente più deboli.

Un altro effetto importante dell'unione civile consiste nella possibilità, per la coppia, di scegliere un cognome comune, scegliendolo tra i loro cognomi.

Per ciò che concerne il regime patrimoniale e successorio nell'unione civile, esso è sostanzialmente identico a quello del matrimonio. Infatti si afferma che "il regime patrimoniale dell'unione civile tra persone dello stesso sesso, in mancanza di diversa convenzione patrimoniale, è costituito dalla comunione dei beni".

In caso di crisi dell'unione civile la normativa si rifà quasi totalmente a quella in costanza di matrimonio, più semplificata. Infatti le parti unite civilmente, in caso di crisi irreversibile, non avranno altra possibilità che divorziare direttamente, con eventuale riconoscimento di assegno divorzile. Qui è importante rilevare la completa eliminazione della fase di separazione, propria invece del procedimento di dissoluzione del vincolo matrimoniale.

I presupposti dell’assegno di mantenimento

L'articolo 156 c.c., parlando degli "Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi", recita che «il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L'entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell'obbligato».

Nella prima fase della crisi del matrimonio che porta alla separazione, il legislatore prevede che non può venire immediatamente a meno quel vincolo di solidarietà morale e materiale che ha legato fino a poco prima i due coniugi. Per cui anche se separati questo obbligo deve rimanere per salvaguardare soprattutto la parte economicamente più debole del rapporto appena andato in crisi.

Le premesse per ottenere l'assegno di mantenimento

Il giudice deve verificare la presenza di alcuni presupposti per concedere l'assegno di mantenimento:

a) la non addebitabilità della separazione al coniuge a cui favore viene disposto l'assegno di mantenimento;

b) la mancanza per il beneficiario di adeguati redditi propri;

c) la sussistenza di una disparità economica tra i due coniugi.

La non addebitabilità della separazione in estrema semplificazione significa il non aver violato uno dei fondamentali doveri coniugali che (ex art. 143) sono l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione e l'obbligo di contribuire ai bisogni della famiglia.

Per ciò che concerne il termine "reddito" si intende non solo quello derivante dal proprio lavoro autonomo o dipendente, ma anche a tutti i mezzi economici disponibili ai coniugi al momento della separazione. Quindi si fa riferimento non solo al denaro ma si intendono comprese anche altre utilità diverse dal denaro, purché economicamente valutabili (Cass. Civ. 03.10.2005 n. 19291).

È un dato di fatto che la separazione comporta sempre un aumento dei costi a carico di ciascun coniuge, in quanto ogni coniuge dovrà sostenere singolarmente quelle spese che, durante il matrimonio, venivano sopportate da entrambe i coniugi insieme.

Per ciò che concerne l'abitazione, il coniuge che non beneficia della casa coniugale, dovrà trovare una nuova sistemazione, con le relative spese di locazione, luce, gas, eventuali spese condominiali ecc.

Ai fini del riconoscimento dell'assegno, così come confermato da autorevole giurisprudenza, non si richiede l'accertamento di uno stato di bisogno dell'avente diritto, ma è sufficiente la configurabilità di un apprezzabile deterioramento della sua situazione economica, in conseguenza dello scioglimento del matrimonio (ex plurimis, Cass. Sez. I, 12 febbraio 2013, n. 3398; 5 dicembre 2002, n, 17246).

La giurisprudenza, recentemente, ha poi individuato un parametro di riferimento sicuramente più rispondente alle esigenze concrete dei coniugi: «il giudice di merito deve anzitutto accertare il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio, per poi verificare se i mezzi economici a disposizione del coniuge gli permettano di conservarlo indipendentemente dalla percezione di detto assegno e, in caso di esito negativo di questo esame, deve procedere alla valutazione comparativa dei mezzi economici a disposizione di ciascun coniuge al momento della separazione» (Cass. Civ. 12.06.2006 n. 13592). Questo criterio da la possibilità al giudice di bilanciare in maniera più precisa i tenori di vita dei due coniugi, valutando la presenza di un effettivo sbilanciamento economico fra i due ed eventualmente determinare un assegno mensile a carico del coniuge economicamente più avvantaggiato.

Al riguardo, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, è stato affermato anche che: «In tema di separazione personale dei coniugi, l'attitudine al lavoro proficuo dei medesimi, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell'assegno di mantenimento da parte del giudice, che deve al riguardo tenere conto non solo dei redditi in denaro ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica. Peraltro, l'attitudine del coniuge al lavoro assume in tal caso rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un'attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche». (Cass. 18547 del 2006, cui devono aggiungersi i precedenti conformi 3975 del 2002 e 12121 del 2004).

In sostanza occorrerà valutare, caso per caso, la concreta possibilità per il soggetto di svolgere un'attività lavorativa retributiva, tenendo in considerazione l'età, la situazione del mercato del lavoro del luogo in cui vive il coniuge, l'esperienza lavorativa o professionale pregressa, il tempo intercorso dall'ultima prestazione di lavoro, la situazione di salute del medesimo, i condizionamenti posti dalla cura e dalla crescita della prole.

D'altro canto, se la potenziale professionalità del coniuge più debole economicamente non è collegata ad una concreta prospettiva di svolgere un'attività produttiva di reddito, non può venir meno l'obbligo di corrispondere l'assegno di mantenimento (Corte di Cassazione Sentenza 3502/2013).

Le parti hanno l'onere di depositare nell'atto introduttivo del giudizio e nella memoria di costituzione la documentazione attestante la loro situazione patrimoniale: le dichiarazione dei redditi, elenco delle proprietà immobiliari, elenco delle autovetture di proprietà, i saldi dei conti correnti ecc.

Ove le parti omettano di depositare tutta la documentazione richiesta, o risulti insufficiente, contraddittoria o inverosimile, il giudice potrà disporre le indagini a mezzo della polizia tributaria.

Le convivenze alla luce della Legge n. 76 del 2016

Con l'introduzione della Legge 20 maggio 2016, n. 76 sulle Unioni Civili e convivenze si è finalmente cercato di regolamentare il fenomeno delle convivenze di coppia.

Con questa nuova normativa il quadro delle unioni di tipo familiare si arricchisce di nuove figure. Oltre al classico matrimonio, abbondantemente regolato dalle normative precedenti, si possono ora individuare le unioni civili, le convivenze eterosessuali e omosessuali regolate dalla legge suddetta ed infine quelle convivenze che non rientrano nell'applicazione della legge n. 76/2016, che potremo definire "svincolate".

Per ciò che concerne i diritti ed i doveri fra i conviventi, non si riscontrano i doveri di fedeltà, di assistenza morale, di collaborazione, di coabitazione, di stabilire una residenza comune, che sono invece i tratti tipici del matrimonio. Si esclude inoltre che ci sia un dovere di contribuzione nel corso del rapporto di convivenza, anche se la dottrina in merito non è sempre concorde.

Sempre in tema di convivenze si esclude che uno dei due conviventi possa chiedere l'intervento giudiziale in caso di contrasto sull'indirizzo della vita di coppia o sulla decisione della residenza.

Fra i diritti dei conviventi si sottolinea il "diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali" in caso di malattia e ricovero ex art. 1, comma 39 Legge 20 maggio 2016, n. 76, alcuni diritti in merito alle interdizioni, inabilitazioni e nomina dell'amministratore di sostegno.

In caso di cessazione della convivenza si esclude che il legislatore abbia configurato obblighi di mantenimento a favore del convivente più debole. Mentre potrà sorgere un obbligo alimentare "qualora uno dei due conviventi versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento" (art. 1 comma 65).

Infine per ciò che concerne la ripetibilità delle somme che uno dei conviventi abbia erogato a favore dell'altro per soddisfare i bisogni della vita di coppia, la giurisprudenza maggioritaria e la dottrina escudono tale possibilità se le somme trasferite da uno all'altro sono nei limiti della proporzionalità e dell'adeguatezza.

Come si può constatare il legislatore volutamente ha evitato di normare eccessivamente un fenomeno che, per le sue caratteristiche essenziali, rimane un rapporto libero e in quanto tale molto lontano dai doveri tipici del matrimonio.

L’assegno di mantenimento

L’assegno di mantenimento

L’articolo 156 c.c. parlando degli "Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi" recita che "il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L'entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell'obbligato."

Nella prima fase della crisi del matrimonio che porta alla separazione il legislatore prevede che non può venire immediatamente a meno quel vincolo di solidarietà morale e materiale che ha legato fino a poco prima i due coniugi. Per cui anche se separati questo obbligo deve rimanere per salvaguardare soprattutto la parte economicamente più debole del rapporto appena andato in crisi.

Il giudice deve verificare la presenza di alcuni presupposti per concedere l'assegno di mantenimento:

a) la non addebitabilità della separazione al coniuge a cui favore viene disposto l’assegno di mantenimento;

b) la mancanza per il beneficiario di adeguati redditi propri;

c) la sussistenza di una disparità economica tra i due coniugi.

La non addebitabilità della separazione in estrema semplificazione significa il non aver violato uno dei fondamentali doveri coniugali che ex art. 143 sono l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione e l'obbligo di contribuire ai bisogni della famiglia.

Per ciò che concerne il termine "reddito" si intende non solo quello derivante dal proprio lavoro autonomo o dipendente, ma anche a tutti i mezzi economici disponibili ai coniugi al momento della separazione. Quindi si fa riferimento non solo al denaro ma si intendono comprese anche altre utilità diverse dal denaro, purché economicamente valutabili (Cass. Civ. 03.10.2005 n. 19291).

E' un dato di fatto che la separazione comporta sempre un aumento dei costi a carico di ciascun coniuge, in quanto ogni coniuge dovrà sostenere singolarmente quelle spese che, durante il matrimonio, venivano sopportate da entrambe i coniugi insieme.

Per ciò che concerne l'abitazione, il coniuge che non beneficia della casa coniugale, dovrà trovare una nuova sistemazione, con le relative spese di locazione, luce, gas, eventuali spese condominiali ecc.

Ai fini del riconoscimento dell'assegno, così come confermato da autorevole giurisprudenza, non si richiede l'accertamento di uno stato di bisogno dell'avente diritto, ma è sufficiente la configurabilità di un apprezzabile deterioramento della sua situazione economica, in conseguenza dello scioglimento del matrimonio ( ex plurimis, Cass. Sez. I, 12 febbraio 2013, n. 3398; 5 dicembre 2002, n, 17246).

La giurisprudenza, recentemente, ha poi individuato un parametro di riferimento sicuramente più rispondente alle esigenze concrete dei coniugi: "il giudice di merito deve anzitutto accertare il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio, per poi verificare se i mezzi economici a disposizione del coniuge gli permettano di conservarlo indipendentemente dalla percezione di detto assegno e, in caso di esito negativo di questo esame, deve procedere alla valutazione comparativa dei mezzi economici a disposizione di ciascun coniuge al momento della separazione" (Cass. Civ. 12.06.2006 n. 13592). Questo criterio da la possibilità al giudice di bilanciare in maniera più precisa i tenori di vita dei due coniugi, valutando la presenza di un effettivo sbilanciamento economico fra i due ed eventualmente determinare un assegno mensile a carico del coniuge economicamente più avvantaggiato.

Al riguardo, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, è stato affermato anche che: "In tema di separazione personale dei coniugi, l'attitudine al lavoro proficuo dei medesimi, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell'assegno di mantenimento da parte del giudice, che deve al riguardo tenere conto non solo dei redditi in denaro ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica. Peraltro, l'attitudine del coniuge al lavoro assume in tal caso rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un'attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche". (Cass. 18547 del 2006, cui devono aggiungersi i precedenti conformi 3975 del 2002 e 12121 del 2004).

In sostanza occorrerà valutare, caso per caso, la concreta possibilità per il soggetto di svolgere un’attività lavorativa retributiva, tenendo in considerazione l’età, la situazione del mercato del lavoro del luogo in cui vive il coniuge, l’esperienza lavorativa o professionale pregressa, il tempo intercorso dall’ultima prestazione di lavoro, la situazione di salute del medesimo, i condizionamenti posti dalla cura e dalla crescita della prole.

D'altro canto se la potenziale professionalità del coniuge più debole economicamente, non è collegata ad una concreta prospettiva di svolgere un'attività produttiva di reddito non può venir meno l'obbligo di corrispondere l'assegno di mantenimento (Corte di Cassazione Sentenza 3502/2013).

Le parti hanno l’onere di depositare nell’atto introduttivo del giudizio e nella memoria di

costituzione la documentazione attestante la loro situazione patrimoniale: le dichiarazione dei redditi, elenco delle proprietà immobiliari, elenco delle autovetture di proprietà, i saldi dei conti correnti ecc.

Ove le parti omettano di depositare tutta la documentazione richiesta, o risulti insufficiente, contraddittoria o inverosimile, il giudice potrà  disporre le indagini a mezzo della polizia tributaria. 

Brevi cenni sulla nascita della figura dell'agente di commercio

Brevi cenni sulla nascita della figura dell'agente di commercio

L'agente di commercio costituisce l'anello di congiunzione tra chi produce o assembla beni e offre servizi ed il distributore o il consumatore finale. E' un importante figura che agisce nel mondo del commercio dall'inizio della nascita dei primi scambi fra mercati. Il codice civile all'art. 1742 definisce il contratto di agenzia con questa espressione: "Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l'incarico di promuovere, per conto dell'altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti in una zona determinata. Il contratto deve essere provato per iscritto. Ciascuna parte ha diritto di ottenere dall'altra un documento dalla stessa sottoscritto che riproduca il contenuto del contratto e delle clausole aggiuntive. Tale diritto è irrinunciabile." Tuttavia per arrivare a questa definizione il cammino è stato lungo e occorre tornare indietro circa all'anno mille. Attorno a quegli anni si potevano individuare le prime figure di intermediari che allora si identificavano e operavano per mezzo del c.d. rapporto di commenda nel settore dei trasporti di merci via mare. Grandi imprenditori davano incarico a intermediari fidati di trasportare le proprie merci per mare per venderle in terre lontane. Pare che proprio dalla c.d. "commenda" sia poi derivata questa attività d'affari retribuita per mezzo di una provvigione.

Col mutare dei tempi e delle esigenze del commercio questi operatori poi si divisero in diverse figure fra cui i "commessi viaggiatori", assimilabili per vari aspetti ai dipendenti di oggi, e gli agenti di commercio che invece si caratterizzavano proprio per la loro attività libera e autonoma e spesso a favore di più preponenti.

Occorre però attendere il Codice di Commercio tedesco del 1897 per avere una definizione dell'agente di commercio, il quale era visto come un operatore del commercio indipendente e che liberamente definiva i suoi rapporti economici con il preponente, che in genere era un grande imprenditore che gli affidava i propri prodotti per piazzarli nei diversi mercati di zona o regionali.

In Italia, solo con il c.d. "progetto Vivante" del 1921, si parla dell'agente di commercio definendolo come "l'incaricato da una o più ditte italiane o straniere di promuovere i loro affari in una determinata piazza o regione e di trasmettere le proposte per l'accettazione".

Tuttavia una vera e propria regolamentazione legislativa dell'agente di commercio si ha solo grazie alla contrattazione collettiva poi trasfusa nel Decreto del Governo n. 1203 del 1935 in cui si da una sua definizione, si prevede la zona d'esclusiva, il diritto alla provvigione, lo star del credere e l'indennità di fine rapporto. Nel 1938 nasce l'ente previdenziale degli agenti inizialmente denominato E.N.F.A.S.A.R.C.O.

Con il codice civile del 1942 abbiamo la prima organica trattazione del contratto di agenzia, la quale da dell'agente una chiara definizione giuridica, poi sviluppata e potenziata dai successivi accordi economici collettivi e dalle direttive comunitarie fino ai nostri giorni.

L'agente di commercio moderno assume in maniera stabile l'incarico di promuovere contratti commerciali di vendita tra l'impresa committente e potenziali clienti, sulla base di un contratto di agenzia scritto, che lo vincola su una precisa area geografica con determinati obiettivi e condizioni. Può operare con diritto di esclusiva o meno nell'area assegnata e può svolgere la propria attività anche a favore di più imprenditori. Il mandato può essere a tempo indeterminato o determinato. L'agente di commercio è un imprenditore a tutti gli effetti, non soggetto a subordinazione e ciò non prevede di solito una retribuzione fissa ma un guadagno in percentuale predeterminata sui fatturati prodotti per il mandante, ovvero le provvigioni.

L'agente di commercio è una figura chiave per le start up perché ha dei costi di gestione certi e mediamente più bassi di quelli sostenuti per assumere un lavoratore dipendente e comunque sempre legati al fatturato. In sostanza un agente di commercio si assume una parte del rischio d'impresa del mandante legando le proprie entrate ai risultati prodotti per l'impresa mandante. Talvolta tra mandante ed agente di commercio si stabilisce che una parte della sua retribuzione sia fissa ed una parte sia variabile in proporzione al fatturato.

La bigenitorialità nella separazione

La bigenitorialità nella separazione

Ormai è un dato acquisito che la bigenitorialità è un obiettivo da pereguire in tutti i procedimenti giudiziari che hanno ad oggetto l’affidamento dei minori in sede di separazione dei genitori.

A tal proposito la riforma del 2006 (legge 8 febbraio 2006, n. 54) ha ben esplicitato tale principio statuendo che “il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. A tal fine il giudice “adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa” e “valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati ad entrambi i genitori oppure stabilisce a quali di essi i figli sono affidati”.

Questa riforma è molto importante, in quanto ha introdotto l’affidamento condiviso come regola ordinaria in caso di separazione e divorzio, ribaltando il precedente principio basato sull’affidamento preferenziale ad un solo genitore, che nella maggior parte dei casi, era la madre.

Ma cosa significa in sostanza il termine bigenitorialità?

La bigenitorialità consiste nella presenza comune di entrambe le figure genitoriali nella vita del figlio e nella loro cooperazione ai fini dell'adempimento dei doveri di assistenza, educazione ed istruzione verso i figli, per la cui realizzazione non è, però, strettamente necessaria una determinazione paritetica del tempo da trascorrere con il minore, risultando invece sufficiente la previsione di modalità di frequentazione tali da garantire il mantenimento di una stabile consuetudine di vita e di salde relazioni affettive con ciascuno dei genitori (Cassazione civile Sez. VI, 23 settembre 2015, n. 18817).

 

La giurisprudenza inoltre ribadisce che al principio dell’affidamento condiviso si può derogare solo allorché risulti, nei confronti di uno dei genitori, una condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore” e in questi casi, “la decisione sull’affidamento esclusivo dovrà risultare sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa del genitore che in tal modo si escluda dal pari esercizio della responsabilità genitoriale e sulla non rispondenza, quindi, all’interesse del figlio dell’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento (Cass. civ. Sez. I, 12 maggio 2015, n. 9632; Cass. civ. Sez. I, 11 gennaio 2013, n. 601; Cass. civ. Sez. I, 2 dicembre 2010, n. 24526).